Verso una cultura italiana del dato: un vantaggio per cittadinanza e amministrazioni

Donata Columbro è giornalista e socia fondatrice di Dataninja, dove si occupa della comunicazione e della Dataninja School, una piattaforma di formazione online per chi vuole imparare a comunicare meglio con i dati. Insegna Data Visualization allo IULM al corso di laurea in “Intelligenza artificiale, imprese e società”, è stata protagonista di un TED in cui racconta i limiti e il potere dei dati, ed è ora in libreria con “Ti spiego il dato”. Con lei parleremo di quali sono i vantaggi di una buona cultura del dato, qual è la situazione in Italia rispetto a questo tema e quali connessioni esistono con il mondo della mobilità e dei trasporti. «Il dato ti riguarda qualunque mestiere tu faccia, e in qualsiasi settore e livello. Dalla pubblica amministrazione alla cittadinanza… ma non solo»
01I dati come strumento di consapevolezza e trasparenza 02Costruire la fiducia nelle istituzioni tramite i dati 03Una lingua che devono saper parlare tutti

01I dati come strumento di consapevolezza e trasparenza

Che cosa ci guadagna la società da una buona cultura del dato? Come scrive nel suo libro la dottoressa Columbro, «i dati sono ovunque» e ci riguardano sempre più da vicino. Per questa ragione, promuovere una cultura del dato risulta vantaggioso anche per le amministrazioni: «Se abbiamo cittadini e cittadine che sanno leggere e interpretare i dati, e che ne comprendono l’importanza, diventa molto più semplice anche per le amministrazioni far avvicinare le persone alle tematiche di cui vogliono parlare, tramite i dati». 

In questo senso, anche il lavoro che porta avanti GO-Mobility nella collaborazione con le amministrazioni, con la costruzione di dashboard interattive con cui la cittadinanza può monitorare l’andamento degli indicatori riguardanti il proprio comune (ad esempio l’incidentalità stradale, l’estensione della rete ciclabile o la qualità dell’aria) aiuta a far acquisire familiarità con i dati e aumenta la consapevolezza del loro uso come strumento di cittadinanza attiva.

Come commenta Columbro: «Se chi consulta questi dati ha idea della filiera, ovvero di come si arriva a quella dashboard e a quel tipo di visualizzazione del dato, sia la cittadinanza che l’amministrazione si rendono conto che attraverso i dati si può ottenere anche trasparenza». Ma non solo: «Si può cogliere l’occasione anche per educare a che cosa sono i dati pubblici: quali sono le informazioni raccolte dall’amministrazione e come vengono usate per prendere decisioni». Una maggiore comprensione del funzionamento della macchina pubblica, con una conoscenza più accurata di quale ruolo giocano i dati e in quali passaggi, può permettere alla cittadinanza di essere più consapevole e di conseguenza pretendere e avanzare proposte sulla raccolta, analisi e comunicazione di dati specifici.

Prosegue Columbro: «Fino ad oggi si è utilizzato soprattutto un approccio top-down: l’amministrazione che decide quali dati comunicare. Ma se sono le persone a farsi portavoce di istanze, chiedendo ad esempio il monitoraggio di una particolare spesa pubblica attraverso i dati, va tutto a vantaggio dell’amministrazione. In questo modo può dimostrare trasparenza e testimoniare il lavoro che sta svolgendo per realizzare le proposte per cui è stata eletta». 

Per fare questo, serve tuttavia una comunicazione efficace dei dati, in grado di far comprendere meglio le decisioni che vengono prese: «Basti pensare al periodo particolare che stiamo vivendo, gli ultimi due anni: è evidente come in questo periodo sia mancata una spiegazione chiara del dato alla base delle decisioni prese durante l’emergenza sanitaria, e una metodologia efficace nel raccontare i dati. Veniva fatta – e viene fatta tuttora – una interpretazione del dato, spesso solo quando la situazione è allarmante, ma senza far capire al pubblico da dove deriva quell’allarme e quali sono le informazioni importanti su cui si deve soffermare». 

02Costruire la fiducia nelle istituzioni tramite i dati

Oggi le persone sono più consapevoli e chiedono una qualità sempre maggiore dei dati, chiedendosi quali sono le fonti affidabili. Ed è proprio qui che le amministrazioni dovrebbero agire per colmare questa mancanza: «Regioni, ASL, piccoli comuni sono coloro che producono i dati, e devono far capire che le loro fonti sono affidabili. Deve essere reso facile per i cittadini e le cittadine trovare le informazioni che cercano, e reso chiaro, anche tramite una migliore indicizzazione dei risultati nei motori di ricerca, che i dati della pubblica amministrazione sono una fonte ufficiale e primaria».

In relazione ai trasporti, ad esempio, è molto alto il rischio che la propria percezione sia molto diversa dalla realtà, per via del bias dato dalla propria esperienza personale quotidiana: «Il traffico sotto casa, gli autobus che non sono abbastanza… e quante volte abbiamo sentito dire che le piste ciclabili aumentano il traffico?». È quindi fondamentale che le amministrazioni rendano pubblicamente accessibili e consultabili questo tipo di dati, permettendo alle persone di accedere a informazioni ufficiali e di qualità. Columbro, anche in riferimento alle dashboard interattive citate poc’anzi, ribadisce che «è un lavoro fondamentale per fare in modo che le persone abbiano fiducia nelle proprie istituzioni».

Parlando nello specifico delle potenzialità dei dati relativi alla mobilità, la dottoressa Columbro avanza una proposta: «Sarebbe interessante far percepire il tema della mobilità come qualcosa che ci riguarda tutti i giorni, e come in base alle nostre azioni possiamo davvero fare la differenza, modificando quello che succede in città: abbiamo visto tutti come durante il primo lockdown stando a casa sia migliorata l’aria che respiriamo». Il tema caldo nei trasporti è quello della sostenibilità, parlando soprattutto dalle nuove generazioni. Per catturare il loro interesse, Columbro suggerisce dunque di puntare, tramite i dati, alla rappresentazione di diversi scenari: cosa succede se aumentano le piste ciclabili? Come cambia la città con l’utilizzo maggiore di veicoli elettrici? Quali sono le differenze in termini di risparmio? «Perché oltre alla sostenibilità, anche il costo è un tema che interessa alle nuove generazioni, che peraltro sono anche quelle più interessate alla data visualization».

03Una lingua che devono saper parlare tutti

Per quanto riguarda lo stato attuale della data literacy in Italia, Columbro evidenzia che dal lato della formazione ci sono sempre più corsi di laurea, programmi di dottorato, scuole specializzate come Dataninja, che confermano l’interesse crescente per la data science e data visualization. La visualizzazione dei dati in particolare è una specialità italiana riconosciuta a livello internazionale: «Esiste un vero e proprio “Italian style” per la rappresentazione dei dati che fa scuola in tutto il mondo. Ci sono info-designer italiane che insegnano su piattaforme internazionali, da Giorgia Lupi a Federica Fragapane, e agenzie che svolgono un lavoro eccezionale che è sempre più richiesto. Anche dal punto di vista giornalistico ci sono ottimi esempi in tutti i maggiori quotidiani». Per citarne alcuni: le dashboard prodotte dal lab del Sole24Ore, la sezione meteo di Essenziale che racconta il cambiamento climatico, la consolidata rubrica Infodata del Sole24Ore, ma anche centri di ricerca come Ispi che non solo contribuiscono alla raccolta ed elaborazione dei dati ma ne promuovono l’alfabetizzazione con una forte presenza sui social media.

In contrasto a questo fermento, permangono tuttavia molte discrepanze in Italia nel modo in cui le persone sono in grado di leggere e percepire i dati. «Io dico sempre che la colpa è di chi li comunica. È vero che le persone devono informarsi, ma sei tu che glielo comunichi: sta a te fare in modo che riescano a capire quello che tu vuoi raccontargli». Inoltre, continua Columbro, quello che continua a mancare nelle organizzazioni italiane, dai media all’editoria, è un’alfabetizzazione di tipo trasversale: «Non deve essere solo il team “Digital Viz” che si occupa della visualizzazione dei dati. La competenza deve essere trasversale, perché i dati riguardano qualsiasi ambito. Dalla mobilità, alla salute, all’economia, alla scuola… È tempo di farla diventare come l’inglese: una lingua che devono saper parlare tutti!»