Il nostro contributo a una nuova cultura del dato

di Daniele Mancuso

Prima di tornare alla normalità, anche all’Europa servirà del tempo. È assai probabile – lo dicono pressoché in coro sociologi e urbanisti – che le città come le abbiamo conosciute fino a oggi siano destinate a essere progressivamente ridisegnate, per lo meno in termini di servizi e infrastrutture. È sotto gli occhi di tutti che, in poco più di un anno, la pandemia ha messo in crisi i nostri modelli urbani: se un tempo le aree metropolitane erano più o meno pianificate in base ai vecchi paradigmi post industriali, nel “new normal” post-Covid il nuovi paradigmi porranno maggiore attenzione alla qualità della vita e dell’aria, il consumo del suolo e ai servizi di prossimità.

Per avere dunque città più sostenibili, l’innovazione tecnologica ha acceso nuovi riflettori sull’efficienza dei trasporti pubblici. Ma anche sulla mobilità condivisa e su modelli di lavoro che prevedano piste ciclabili, parchi pubblici con postazioni wi-fi, smart working in grado di mescolare presenza fisica e remota. Il futuro, lo auspichiamo, disegnerà contesti dove gli spostamenti saranno più razionali, il traffico e l’inquinamento limitato, il modo di vivere più equilibrato. Nel frattempo – nella scia di una trasformazione della mobilità iniziata ormai da almeno un decennio e in funzione degli obiettivi di decarbonizzazione stabiliti dalle Nazioni Unite – la pandemia ha innescato un forte colpo di acceleratore a tutto questo, impattando sugli stili di vita in maniera incisiva.

La domanda che noi di GO-Mobility ci siamo fatti, alla luce di un cambiamento epocale nel settore della mobilità, serve a capire se i vecchi modelli di business e di regolamentazione saranno in grado di sostenere e sviluppare il nuovo scenario. E se non sia arrivato il momento nel quale gli enti territoriali e le agenzie della mobilità inizino a rivedere, seriamente e in maniera aggiornata, la modalità di fare piani e programmare il futuro di luoghi dove milioni di persone ogni giorno si spostano con automobili e mezzi di trasporto pubblico.

L’evento DATA MOBILITY nasce dunque per sostenere l’idea che sia fondamentale riportare al centro dei processi decisionali la cultura del dato, visto come chiave di volta strategica e informativa per il settore della mobilità. Questo magazine – che accompagnerà l’evento del 17 giugno prossimo – continuerà anche nei mesi successivi a portare nuovi interrogativi all’interno del dibattito tra i principali attori della mobilità, cercando di stimolarlo e condurlo attraverso l’esposizione dei dati e dei fatti, senza proclami né opinioni. Chiarire una volta per tutte l’affidabilità dei Big Data e le loro modalità di utilizzo – così come chiedersi se i vecchi dati raccolti saranno ancora utili per sostenere i piani industriali degli operatori di trasporto e dei gestori di infrastrutture – saranno temi al centro di questo progetto editoriale, inedito per quanto riguarda la qualità e l’eccellenza degli interventi ospitati.

Abbiamo cominciato intervistando Anna Donati, coordinatrice Mobilità Sostenibile del Kyoto Club, e Alberto Brignone, imprenditore ed esperto in big data sulla mobilità. Proseguiremo con Mario Bellotti, responsabile marketing strategico e sviluppo business Big Data VIASAT GROUP, e con il professor Ernesto Cipriani, ordinario del dipartimento di Ingegneria all’università Roma Tre. Dopo l’evento continueremo con esperti di livello nazionale, CEO di grandi gruppi infrastrutturali, responsabili di pianificazioni territoriali e opinion leader. Una finestra quindi di assoluto interesse non solo per professionisti e addetti ai lavori, ma anche per un pubblico attento alla cultura del dato, alla mobilità sostenibile e alle nuove sfide che attendono la normalità delle nostre città.

Data Mobility, un confronto sulla nuova mobilità

Guardando ai mesi appena trascorsi, l’incrocio a tratti complesso di statistiche e indicatori del Covid-19 ha colto ampie fasce di popolazione (ma soprattutto di pubblici amministratori) impreparati di fronte ai numeri e incapaci di una lettura ragionata sullo stato di diffusione dell’epidemia. Qualcuno, per cercare alibi, ha fatto riferimento alla tradizionale cultura dei paesi latini, incardinata sui principi e sui concetti ma storicamente poco disinvolta verso il mondo dei dati e della cultura scientifica, a differenza dei paesi anglosassoni. Sta di fatto che in ogni caso (in virtù del senso di responsabilità e grazie alle nuove tecnologie) non possiamo più permetterci di derubricare milioni di dati e informazioni disponibili alla stregua di semplici statistiche o appendici da consultare a piacimento. È utile invece a mio avviso maturare un nuovo pensiero più moderno e capace di coniugare la tradizione umanistica del nostro Paese con la cultura del dato.

 

Durante l’evento del 17 giugno analizzeremo quindi con i nostri ospiti alcuni spunti di riflessione indotti dal monitoraggio della pandemia. Il punto di partenza sarà un’analisi della mobilità – condotta da GO-Mobility grazie ai dati delle scatole nere delle automobili (Floating Car Data) – utile a confrontare gli indicatori di mobilità, di prestazione e di domanda riferiti ai mesi di ottobre 2019 e ottobre 2020. Presentato attraverso dashboard interattive, lo studio riporta un raffronto dettagliato e declinato per le 14 città metropolitane d’Italia, mettendo in luce aspetti fortemente mutati e altri inaspettatamente rimasti simili tra la situazione pre-pandemica e quella riferita a ottobre 2020, mese che ha rappresentato una sorta di “nuova normalità” prima della seconda ondata.

Le conclusioni indicano l’importanza e la necessità di fondare i processi decisionali, strategici e informativi legati al tema della mobilità sull’uso e sulla cultura del dato: tema più che mai improrogabile visto l’arrivo dei fondi del programma Next Generation EU e dei successivi investimenti previsti nel PNRR. Un cambiamento culturale che non potrà in alcun modo prescindere da un rinnovamento organizzativo delle pubbliche amministrazioni: mai come in questo momento è urgente l’ingresso negli enti e nei Comuni di figure specifiche formate sull’utilizzo dei Big Data. Mettendo finalmente da parte diffidenze e dubbi legati a vincoli di spesa, ma anche resistenze burocratiche causate da impreparazione tecnico-informatica e mancanza di strumenti adeguati per trattare e archiviare questi dati.

L’impegno da parte di provider e analisti dovrà essere quello di aumentare la trasparenza sui campioni statistici e le metodologie di calcolo, fornendo prodotti più adattabili alle singole specificità e accompagnando ogni singolo intervento da un sistema strutturato di rendicontazione e monitoraggio dell’efficacia. Se tra qualche tempo rivedremo il 2021 come “l’anno zero” della rinascita del dato, saremo soddisfatti e consapevoli di aver gettato un seme in più, di aver dato un piccolo/grande contributo alla creazione di uno scenario che ci impone di guardare avanti.